Storie ticinesi e testimonianze di padri divorziati

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Della lingua italiana e delle assuefazioni in generale

Mi si è fatto notare come “suoni male” quando, leggendo gli articoli da me pubblicati, il lettore incappa nell’espressione “mia ex moglie”, ossia quando io scrivo la frase omettendo l’articolo “la”. E’ vero, nell’uso comune, quello di tutti i giorni, specialmente nella lingua parlata, si sente spesso dire “la mia ex moglie”, che forse a qualcuno potrebbe anche “suonare meglio”. Ma cosa mi direbbe la stessa persona se dovessi scrivere “la mia moglie” invece di scrivere “mia moglie”? Capite cosa intendo? E’ esattamente la stessa cosa, solo che manca “ex”. Ai tempi delle scuole elementari (per me ormai sono trascorsi ben 35 anni!) mi fu insegnato che si omette l’articolo quando si usa il pronome possessivo, per cui si dice, per esempio, “mia mamma” e non “la mia mamma”.
Un’altra di queste “stonature” entrate nel linguaggio comune è l’uso scorretto del verbo disfare al gerundio: si sente spesso dire “sto disfando (…)”, quando l’uso corretto sarebbe “sto disfacendo (…)”. Coloro che usano la forma sbagliata “disfando” però dicono correttamente “sto facendo (…)” e mai direbbero “sto fando (…)”, quindi, se da un lato c’è poca coerenza, dall’altro c’è molta assuefazione.

Questa dell’assuefazione è una cosa che non colpisce solo la lingua italiana, ma molti altri settori. Per esempio una cosa a cui non facciamo neppure più caso da anni nelle città é l’inquinamento fonico… il rumore. Spesso ci si rende conto dell’assenza di rumore per esempio quando si va in vacanza in zone tranquille e questo desta in alcuni di noi preoccupazione… per taluni il rumore, l’inquinamento fonico, é addirittura tranquillizzante… mentre la tranquillità e il silenzio sono ritenuti inquietanti! Altri esempi dell’assuefazione potrebbero essere l’inquinamento ottico dato dalle luci (e questo fatto crea sempre più difficoltà alla fauna notturna), la quantità di automobili che giornalmente imperversa sulle strade e a cui pochi fanno realmente attenzione (per molti sta diventando “normale” stare fermi in colonna  per ore) o ancora i “boschi” di cartelli pubblicitari “cresciuti” accanto alle strade (e chi li “vede” più?)…

La redazione di questo articolo avviene per me in modo naturale nel discorso generale sul divorzio, ma forse qualcuno si starà chiedendo il perché. In generale si può dire che ci siamo assuefatti al divorzio. Solo 30 anni fa chi aveva i genitori divorziati se ne vergognava; per i ragazzi di oggi avere i genitori divorziati é una cosa “normale”. Quelli che vivono in una famiglia unita sono l’eccezione. La cosa peggiore é però legata all’affido dei figli; cercherò ora di spiegare cosa intendo nel modo più semplice possibile. Da anni ormai in Ticino, in caso di divorzio, si affidano i figli alle madri (genitore affidatario) e si applicano le famigerate “Tabelle di Zurigo” per stabilire quale debba essere l’importo che il padre (genitore non affidatario) debba versare quale “pensione alimentare” per i figli. Che siano le madri a dover allevare i figli e i padri a dover pagare é una cosa a cui ormai i pretori e i giudici ticinesi (ma anche di altri cantoni) si sono talmente assuefatti che é divenuta “prassi corrente” in ogni decisione di divorzio. Ora, che tale modo di procedere venga applicato da decenni senza che pretori e giudici si pongano più alcuna domanda sulla realtà attuale dei divorzi, é un dato di fatto.

In altri cantoni (e in altri stati) viene spesso riconosciuto però anche l’affido congiunto. Ho recentemente visto una trasmissione sulla televisione della svizzera romanda dove, fra le altre cose, si denunciava il fatto che spesso le madri si oppongono a tale richiesta “per motivi finanziari”. Questo documentario (in francese) mostra anche quanto sia difficile per un padre ottenere da pretori e giudici l’affido dei figli, anche se questo è desiderato e richiesto dai figli stessi. Ho la forte impressione che da parte degli addetti ai lavori ci sia un’idea preconcetta, ossia che il padre sia “il cattivo” e la madre sia “la buona”, per cui i figli vanno per forza assegnati alla madre e il padre deve pagare. E’ anche vero che la sindrome da alienazione genitoriale (PAS – Parental Alienation Syndrome*) è spesso una realtà, ma questo può avvenire sia da parte del padre che da parte della madre. Purtroppo però spesso viene diagnosticata e accettata legalmente solo quando i figli chiedono di essere affidati al padre e quasi mai nel caso contrario. Guarda la trasmissione del 1° settembre 2011 (TSR): “Temps présent – Enfants, otages du divorce”.

Ricordo che nel 2000 la legge sul  divorzio é cambiata e il concetto di colpa é andato perso. Se fino a quel tempo gli ex coniugi litigavano per stabilire chi fosse il colpevole del fallimento del matrimonio, oggi gli stessi litigano per stabilire chi terrà i figli e chi, di conseguenza, dovrà pagare. Nessuno si pone più la domanda di cosa sia giusto o sbagliato, di cosa sia realmente meglio per i figli. I pretori e i giudici ticinesi dicono di volere il bene dei nostri figli, ma da anni applicano sempre la stessa prassi (alla mamma l’affido dei figli, ai padri il pagamento della pensione alimentare) e la stessa giurisprudenza in materia (importo della pensione alimentare definito dalle “Tabelle di Zurigo”), incuranti delle conseguenze nefaste causate dalle loro decisioni.

Vista la società odierna, orientata sempre più al materialismo e al consumismo, questo modo di fare non mi sorprende in modo particolare, ma mi preoccupa molto: i figli sono divenuti ormai “moneta di scambio” e vengono contesi fra i genitori che combattono per l’affidamento e quindi per ricevere l’importo della pensione alimentare dal genitore non affidatario (di regola il padre).

Anche le peggiori madri, quelle a cui non interessa assolutamente il bene dei propri pargoli, vogliono ottenere a tutti i costi l’affido dei figli e questo -spesso- solo per una mera questione finanziaria. Queste donne vengono spesso aiutate, se non addirittura spronate da certi avvocati senza scrupoli, a raggiungere il loro fine utilizzando stratagemmi immorali e mentendo spudoratamente (false denunce, ma di questo parlerò in un prossimo articolo). Grazie alla cospiqua cifra degli “alimenti” ricevuti per i figli, molte di queste madri possono permettersi di aumentare il proprio tenore di vita (ricordo che i soldi versati ai figli vengono amministrati dalle madri come a loro pare e piace) e siccome le cifre in gioco sono alte, l’egoismo e l’avidità hanno spesso la meglio sul buon senso e sul bene dei figli!

Che gli importi riportati nelle ormai famose “Tabelle di Zurigo” siano cresciuti in modo completamente sproporzionato alla realtà ticinese, nessuno lo può negare. Che a Zurigo città (seconda città più cara al mondo secondo un recente studio dell’UBS) vengano imposti tali importi é ancora concepibile visti gli stipendi versati ai lavoratori di quella zona, ma che questi importi vengano imposti anche in canton Ticino é proprio fuori luogo! Dico questo perché anche nelle zone periferiche del canton Zurigo e nei cantoni adiacenti gli importi riportati nelle tabelle zurighesi vengono diminuiti in proporzione al reale costo della vita del luogo.

Per il solo fatto che da anni vengono applicati certi parametri e che questo abbia ormai creato una certa qual assuefazione per gli “addetti ai lavori”, non significa per forza che siano equi o giusti! Che per i giovani ticinesi, figli di divorziati, siano “necessari” oltre  2’000.-/mese per vivere é una cosa completamente assurda! Come faranno i nostri figli a sopravvivere il giorno che si ritroveranno a dover vivere con il frutto del loro lavoro? Non credo che tutti i figli dei divorziati ticinesi otterranno una laurea o che tutti potranno svolgere professioni quali ad esempio medico, dentista, direttore/direttrice di grosse aziende o banche, avvocato/a, sportivo/a d’élite o fotomodello/a… e se lo spendere senza ritegno a quel momento sarà per loro divenuto normale, sarà molto difficile che questi nuovi adulti abbiano compreso quale sia il reale valore dei soldi! Educare i figli significa anche spiegar loro come gestirsi finanziariamente, ma forse a qualcuno (quelli che “tirano le cordicelle” dell’economia) va bene che le cose vadano così…

Immagino che sia anche per questi motivi che il politico Lorenzo Quadri abbia inoltrato una mozione parlamentare al consiglio di Stato ticinese e che il movimento papageno stia raccogliendo le firme per inoltrare una petizione ai giudici della prima Camera Civile del Tribunale d’appello di Lugano, entrambe a sostegno della riduzione dei parametri delle “Tabelle di Zurigo”.

* « Un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello” o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile » (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).


Capitolo 5 – La dura vita dopo il divorzio

Ad un certo punto conobbi una ragazza che in seguito divenne la mia compagna e volli credere che fosse la ragazza giusta. Anche lei divorziata, anche lei molto diffidente, ci trovammo bene a frequentarci e decidemmo di proseguire il nostro cammino insieme. Decidemmo di comune accordo di non sposarci e di non avere figli; in canton Ticino, a causa dei una legislazione sul divorzio profondamente ingiusta, trovo che questa sia la scelta migliore che una coppia possa fare (è molto triste, ma purtroppo è così)!

Dopo circa 4 anni di convivenza con il suo amante, mia ex moglie si ritrovò da sola. Ora mi spiego i capricci di nostra figlia, che in quel periodo non voleva più venire a casa da me; molto probabilmente aveva paura che durante la sua assenza succedesse chissà cosa, visto che lo stesso tipo di comportamento si è ripetuto anche in seguito, ad ogni fine di relazione di sua madre.
Chissà cosa passa per la testa ai bimbi, che magari hanno avuto modo di sentire qualche animata discussione fra adulti, quando elaborano quello che hanno sentito, senza averne capito completamente il significato?

Nel frattempo si trasferirono ad abitare in un appartamento nella palazzina dove abitano pure i genitori di lui. I suoi genitori si occupavano spesso di nostra figlia, soprattutto quando mia ex moglie era al lavoro (aveva ripreso il lavoro di cameriera), tanto che nostra figlia ancora oggi li chiama “nonni”. Quando mia ex moglie si ritrovò sola restò ancora per un paio d’anni nella palazzina, abusando spesso della gentilezza di queste persone per adottare dei comportamenti poco consoni a una giovane madre con una figlia a carico. In effetti di sovente delegava a loro l’incombenza di occuparsi di nostra figlia (ma non fu lei a volere l’affido di nostra figlia?) per andare a divertirsi.
Vorrei ringraziare pubblicamente queste persone per quanto fatto per nostra figlia; per averla aiutata a crescere, per averla coccolata e soprattutto amata come fosse veramente nipotina loro.
Ad un certo punto, con ragione e per il bene di nostra figlia, queste persone fecero delle osservazioni a mia ex moglie che per tutta risposta… traslocò! In seguito seppi che cercarono semplicemente di spiegarle che avrebbe dovuto occuparsi un po’ di più della figlia e un po’ meno delle sue pulsioni.

Dal bel paesino dove abitava andò ad abitare in città e iscrisse nostra figlia in una scuola privata (senza neppure chiedere il mio parere), dove poteva lasciarla tutto il giorno senza sentirsi “spiata”. Ricordo che mia figlia pianse spesso per quel cambiamento; lei si trovava bene nel paesino dove aveva una situazione quasi “normale”, con dei “nonni” che si occupavano di lei, dove andava a scuola con i compagni con cui spesso giocava anche a casa, dove, tutto sommato, era felice!

Mi resi conto abbastanza presto di non avere alcuna possibilità di sopravvivere con il lavoro che facevo (ho sempre lavorato per passione, mai per “far cassa”). A causa di leggi che impongono sempre più obblighi e burocrazia (i “piccoli” sempre meno spesso riescono a sopravvivere alla burocrazia), ho deciso di abbandonare la mia professione per seguire una nuova formazione che mi permettesse di avere più sicurezza per il futuro. Continuare a svolgere la mia attività significava investire oltre 15’000.- franchi in aggiornamenti professionali e corsi vari nei 4 anni seguenti; cifra che non avevo e non intendevo spendere per continuare a “tirarla” a fine mese. Tentai più volte di trovarmi un impiego fisso, ma con il diploma che avevo non era cosa facile. Cambiare attività senza avere un diploma che attestasse le mie capacità, poi, era semplicemente impossibile.

Mi ritrovai, tutto solo, a dover pagare una quantità di debiti assurda (oltre Fr. 300’000.-) e riuscivo a malapena a pagarne gli interessi; questo mi pesava parecchio dal lato finanziario, ma anche e soprattutto dal lato psicologico (come farò per rimborsarli?). Siccome prima di ottenere il diploma seguii degli studi universitari in ambito tecnico (senza mai terminarli) decisi di tornare sui banchi di scuola per conseguire quel diploma che mi avrebbe permesso in futuro di rimborsare i debiti e di “rifarmi una vita”.

Siccome l’appartamento non era a mio nome, il canton Ticino voleva tassarmi il “presunto reddito da investimento” per la cifra dell’ipoteca! Dopo le mie spiegazioni hanno modificato le cose in modo da tassarmi il “valore locativo”… per la stessa cifra! Se questa non è una presa per il culo, ditemi voi cos’è. La legge? Ah, vero, la legge non sbaglia mai… Ad ogni modo la cifra che mi imposero fu molto più alta della pigione che in seguito potemmo stabilire per affittare l’appartamento (ma la legge è “giusta”, quindi il valore locativo è “equo”!). A volte mi chiedo se gli impiegati del canton Ticino vivono nel nostro cantone, poiché ho la netta impressione che non abbiano alcuna idea della realtà cantonale! Ringrazio i miei genitori che mi hanno permesso di riconsegnar loro l’appartamento in cui vivevo riprendendo pure una parte dell’ipoteca, cosa che mi ha permesso di poter intraprendere la via degli studi con un “peso” in meno.

P.S: l’immagine che ho preso proviene da un altro blog (aldocata’s blog), dove c’è un post riguardante i padri e i nonni che riporto qui sotto in quanto ne condivido il pensiero, profondo e bellissimo:

“Oggi vorrei spezzare una lancia in favore dei padri che dedicano sempre più tempo ai loro bambini, nonostante le difficoltà quotidiane. Magari sono anche genitori separati con affido congiunto e fanno i salti mortali per seguire il meglio possibile i loro figli.

L’altra sera ho appreso dalla TV che è cresciuto in modo significativo, negli ultimi anni, il numero dei padri che ha chiesto i congedi parentali. Sono ammirevoli, comunque quello che conta non è la quantità del  tempo, ma la qualità del tempo che si dedica ai figli.

E non possiamo certo dimenticare i nonni e le nonne che, oggi come ieri, si adoperano, con amore, per accudire i loro nipotini. Ho un ricordo bellissimo di mio padre, condiviso dalle mie amiche d’infanzia, quando ci riunivamo, la sera,  facendo capannello intorno a lui che suonava la chitarra e cantava oppure ci raccontava storie fantastiche, favole, per ore e questo pur lavorando sodo tutto il giorno. Racconta mia mamma che mi è sempre stato molto vicino, anche quando ero piccolissima, anche se non poteva e non avrebbe comunque chiesto, nemmeno un’ora di congedo parentale.”

Storia di Daniel

Oltre un anno fa trovai pubblicata sul sito “ticinonline” la storia di Daniel, padre ticinese che dopo aver divorziato si ritrovò sul lastrico a causa della sentenza prodotta da un pretore ticinese (leggi l’articolo originale, pubblicato sul sito ticinonline). Pensai che questo signore avesse “ingigantito” la sua storia, che avesse volutamente esagerato per “far notizia”. Purtroppo scoprii in seguito a mie spese che tutto quanto lui scrisse corrispondeva al vero, che la realtà del divorzio “alla ticinese” fosse proprio quella poiché anche nel mio caso la sentenza che ricevetti fu simile alla sua!

Su questa pagina riporto la storia di Daniel:

“Il divorzio mi ha ridotto sul lastrico. Lo Stato mi aiuti a tornare a vivere”

La storia di un uomo disperato. Senza lavoro e indebitato fino al collo, a causa di una sentenza, a suo dire, terribilmente ingiusta. Da 12 anni lotta per avere un rapporto normale con il figlio 15enne. L’ex moglie ha tentato di portargli via anche quello

LUGANO – “In Ticino un padre che divorzia in maniera burrascosa finisce sul lastrico”. A sostenerlo è Daniel, un 48enne ticinese che da 12 anni lotta per suo figlio e contro una sentenza, a suo dire, terribilmente ingiusta. Oggi, dopo avere perso il lavoro, è in assistenza e vive con circa 16 franchi al giorno. E con lo Stato che lo attende al varco: appena troverà lavoro verrà pignorato. Il fatto di dover versare alla ex moglie una cifra esagerata per gli alimenti e la conseguente serie di scelte professionali sfortunate l’hanno fatto precipitare in una situazione finanziaria disastrosa. “A penalizzarmi – spiega – è stato sia l’atteggiamento opportunistico della mia ex moglie, sia quello disinteressato delle istituzioni. Ora chiedo allo Stato di darmi l’opportunità di ricominciare a vivere degnamente e di non trattarmi più come un delinquente”.

L’inizio dell’incubo – Gennaio 1997. Tra Daniel e sua moglie, una donna straniera, che vivono in un appartamento del bellinzonese, le cose non vanno più bene. “Lei voleva avere il controllo su tutto – precisa Daniel -. Oggi sono sicuro che mi ha sposato solo per migliorare la sua situazione personale”. Un mattino, in cucina, Daniel manifesta alla donna il desiderio di mettere a posto le cose, anche per il bene del figlio, che in quel momento ha due anni. “Le ho detto – ricorda – che ero preoccupato e che di questo passo avremmo finito per divorziare. Lei ha replicato: “allora divorziamo”. Non mi ha mai spiegato le motivazioni di questa risposta. Mai”.

Quel maledetto gesto spontaneo – Dopo avere lasciato la casa ed essersi dimostrato disponibile in tutto e per tutto, Daniel decide di sua spontanea volontà di versare mensilmente alla donna oltre 3mila franchi. “Ero sicuro – confessa – che dopo l’emergenza iniziale, in breve tempo avremmo stipulato una convenzione e che la cifra si sarebbe ovviamente abbassata”. Il pretore in seguito conferma che, in attesa della sentenza, Daniel dovrà versare alla moglie 2950 franchi al mese. “Mi sono pentito più volte di avere fatto quel gesto spontaneo – sbotta Daniel -. Soprattutto non immaginavo che la sentenza di divorzio sarebbe stata pronunciata solo 7 anni dopo. Lei ne ha approfittato e ha sempre preteso quella cifra anche quando conviveva con un’altra persona”.

Passano gli anni – La moglie di Daniel non accetta di andare a lavorare e, soffrendo di un disturbo, cerca di ricevere l’invalidità. Invano. Nel 2000 cambia la legge sul divorzio e sparisce il concetto di colpa. “Da quel momento – spiega Daniel – al pretore non interessa più quali colpe stanno alla base del divorzio. E la procedura diventa unicamente una questione legata agli alimenti. La mia ex moglie sapeva che nel 2000 sarebbe cambiata la legge e ha temporeggiato. Così oggi io non conosco ancora le motivazioni profonde che hanno spinto mia moglie a chiedere il divorzio. Il suo atteggiamento comunque mi ha fatto capire che lei voleva sfruttare al massimo le lacune della legge e approfittare della mia disponibilità”.

Le difficoltà per vedere il figlio – Daniel scrolla la testa, mentre racconta il rapporto con suo figlio. “È un ragazzo meraviglioso – dice – oggi ha 15 anni. La mia ex moglie ha fatto di tutto per rendermi un estraneo di fronte agli occhi del ragazzo. Ad esempio nei sabati in cui nostro figlio usciva con me gli imponeva di rientrare entro le 17.30. Il fatto è che lei ha sempre approvato il diritto di visita allargato davanti al giudice. Poi, fuori dall’aula faceva ciò che voleva”. Per un certo periodo, tra il 2005 e il 2006, Daniel lavora oltre Gottardo. “Facevo mille chilometri per vedere nostro figlio – conferma -. Ma la mia ex moglie non mi è mai venuta incontro. Spesso preferiva affidarlo a vicini, piuttosto che a me. E pensare che io con lui ho un bellissimo rapporto”.

Tensione alle stelle – Fino a dicembre 2002 la donna riceve 2950 franchi al mese da Daniel per gli alimenti. Lui, tuttavia, è ancora in attesa della sentenza definitiva. “Speravo che le autorità prendessero una decisione equa – dice il 48enne -. Io ho sempre ritenuto giusto pagare degli alimenti a mio figlio. Ma non alla mia ex moglie. Dal 2001 ha convissuto con un’altra persona. Anche se lei lo ha sempre negato. Inoltre, pur avendone la possibilità, non ha mai voluto lavorare. Diceva che doveva occuparsi del figlio. E questo pur sapendo che io come padre ero disponibilissimo”. Nel 2003 Daniel, che nel frattempo è diventato indipendente, resta a piedi con il lavoro. E quindi per diversi mesi non riesce a versare alla moglie gli alimenti.

Sentenza shock – Nel 2004 arriva la decisione del giudice della pretura di Bellinzona. “Non è cambiato nulla – ammette Daniel -. Avrei dovuto continuare a versare 2950 franchi al mese. Nonostante io avessi più volte parlato della convivenza della mia ex moglie, o del fatto che non riuscivo ad arrivare alla fine del mese, nessuno mi ha ascoltato. Ero disperato. Dal 2005, per sopravvivere, sono stato costretto a pagare solo una parte degli alimenti. Sono finito in depressione per questa storia”.

Il paradosso – Nei periodi in cui Daniel non ha pagato è stato lo Stato ad anticipare gli alimenti alla donna. “Adesso – sospira Daniel – lo Stato pretende indietro questi soldi dal sottoscritto. Ma io sono ridotto sul lastrico. Da oltre un anno sono in assistenza”. C’è, tuttavia, un paradosso in tutta questa storia. “Quel poco con cui vivo ora – conferma Daniel – è comunque sempre di più del saldo netto con cui vivevo quando lavoravo. Prima pagavo la cassa malati, avevo le spese per i pasti di lavoro e per gli spostamenti in auto, dovevo pagare le imposte…” Adesso tutte queste spese, essendo in assistenza, Daniel non le ha più. E lo Stato non può pignorarlo perché lui attualmente va avanti con il minimo vitale. “A questo punto potrebbe sembrare a chiunque che sia meglio stare in assistenza – conclude – . Mi viene quasi da pensare che rinunciare subito a qualsiasi lavoro sarebbe stata l’unica soluzione per evitare di indebitarmi. Io vorrei tanto tornare a lavorare. Vorrei soprattutto tornare ad avere una vita sociale. Ma so che verrei subito pignorato dallo Stato. Mi trovo in un vicolo cieco”.

Articolo apparso il 12 dicembre 2009 su “ticinonline“, a cura di Patrick Mancini

Prefazione

Forse sei finito qui per caso o forse no, se stai cercando informazioni riguardanti il divorzio in Ticino, questo blog potrebbe interessarti.

Ti do il benvenuto su questa piattaforma che, oltre alla possibilità di leggere la storia di altre persone divorziate, ti permette di scrivere la tua. Leggerai storie tutte ticinesi, di altri uomini normali e uguali a te, che dopo il divorzio si sono ritrovati nell’indigenza e nella povertà.

Siccome la legge ticinese tratta gli uomini divorziati alla stessa stregua di coloro che falliscono, gli uomini divorziati sono costretti a dover sopravvivere con “il minimo vitale”, versando tutto quel che supera tale cifra alla ex moglie e/o ai figli.

Se credi che a te non capiterà, sei un illuso. Se credi che anche in Ticino ci sia una giustizia, ti sbagli. Il canton Ticino sembra essere l’unico cantone in Svizzera che agisce così, ma nessuno -neppure il Tribunale federale- può far cambiare le cose perché di per sé il modo di agire della “giustizia” ticinese è perfettamente legale, sebbene non sia per nulla equo.

Questo blog si prefigge di pubblicare in modo anonimo anche la tua storia, affinchè tutti possano leggere, conoscere e sapere come vanno le cose nel nostro cantone!

Sono consapevole che ci sono altri blog e siti dedicati a queste problematiche e sostengo l’operato di tutti coloro che si sono operati, operano e opereranno per far sì che un giorno le cose cambino e diventino giuste anche da noi.

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