Storie ticinesi e testimonianze di padri divorziati

Articoli con tag ‘pensione alimentare’

Della lingua italiana e delle assuefazioni in generale

Mi si è fatto notare come “suoni male” quando, leggendo gli articoli da me pubblicati, il lettore incappa nell’espressione “mia ex moglie”, ossia quando io scrivo la frase omettendo l’articolo “la”. E’ vero, nell’uso comune, quello di tutti i giorni, specialmente nella lingua parlata, si sente spesso dire “la mia ex moglie”, che forse a qualcuno potrebbe anche “suonare meglio”. Ma cosa mi direbbe la stessa persona se dovessi scrivere “la mia moglie” invece di scrivere “mia moglie”? Capite cosa intendo? E’ esattamente la stessa cosa, solo che manca “ex”. Ai tempi delle scuole elementari (per me ormai sono trascorsi ben 35 anni!) mi fu insegnato che si omette l’articolo quando si usa il pronome possessivo, per cui si dice, per esempio, “mia mamma” e non “la mia mamma”.
Un’altra di queste “stonature” entrate nel linguaggio comune è l’uso scorretto del verbo disfare al gerundio: si sente spesso dire “sto disfando (…)”, quando l’uso corretto sarebbe “sto disfacendo (…)”. Coloro che usano la forma sbagliata “disfando” però dicono correttamente “sto facendo (…)” e mai direbbero “sto fando (…)”, quindi, se da un lato c’è poca coerenza, dall’altro c’è molta assuefazione.

Questa dell’assuefazione è una cosa che non colpisce solo la lingua italiana, ma molti altri settori. Per esempio una cosa a cui non facciamo neppure più caso da anni nelle città é l’inquinamento fonico… il rumore. Spesso ci si rende conto dell’assenza di rumore per esempio quando si va in vacanza in zone tranquille e questo desta in alcuni di noi preoccupazione… per taluni il rumore, l’inquinamento fonico, é addirittura tranquillizzante… mentre la tranquillità e il silenzio sono ritenuti inquietanti! Altri esempi dell’assuefazione potrebbero essere l’inquinamento ottico dato dalle luci (e questo fatto crea sempre più difficoltà alla fauna notturna), la quantità di automobili che giornalmente imperversa sulle strade e a cui pochi fanno realmente attenzione (per molti sta diventando “normale” stare fermi in colonna  per ore) o ancora i “boschi” di cartelli pubblicitari “cresciuti” accanto alle strade (e chi li “vede” più?)…

La redazione di questo articolo avviene per me in modo naturale nel discorso generale sul divorzio, ma forse qualcuno si starà chiedendo il perché. In generale si può dire che ci siamo assuefatti al divorzio. Solo 30 anni fa chi aveva i genitori divorziati se ne vergognava; per i ragazzi di oggi avere i genitori divorziati é una cosa “normale”. Quelli che vivono in una famiglia unita sono l’eccezione. La cosa peggiore é però legata all’affido dei figli; cercherò ora di spiegare cosa intendo nel modo più semplice possibile. Da anni ormai in Ticino, in caso di divorzio, si affidano i figli alle madri (genitore affidatario) e si applicano le famigerate “Tabelle di Zurigo” per stabilire quale debba essere l’importo che il padre (genitore non affidatario) debba versare quale “pensione alimentare” per i figli. Che siano le madri a dover allevare i figli e i padri a dover pagare é una cosa a cui ormai i pretori e i giudici ticinesi (ma anche di altri cantoni) si sono talmente assuefatti che é divenuta “prassi corrente” in ogni decisione di divorzio. Ora, che tale modo di procedere venga applicato da decenni senza che pretori e giudici si pongano più alcuna domanda sulla realtà attuale dei divorzi, é un dato di fatto.

In altri cantoni (e in altri stati) viene spesso riconosciuto però anche l’affido congiunto. Ho recentemente visto una trasmissione sulla televisione della svizzera romanda dove, fra le altre cose, si denunciava il fatto che spesso le madri si oppongono a tale richiesta “per motivi finanziari”. Questo documentario (in francese) mostra anche quanto sia difficile per un padre ottenere da pretori e giudici l’affido dei figli, anche se questo è desiderato e richiesto dai figli stessi. Ho la forte impressione che da parte degli addetti ai lavori ci sia un’idea preconcetta, ossia che il padre sia “il cattivo” e la madre sia “la buona”, per cui i figli vanno per forza assegnati alla madre e il padre deve pagare. E’ anche vero che la sindrome da alienazione genitoriale (PAS – Parental Alienation Syndrome*) è spesso una realtà, ma questo può avvenire sia da parte del padre che da parte della madre. Purtroppo però spesso viene diagnosticata e accettata legalmente solo quando i figli chiedono di essere affidati al padre e quasi mai nel caso contrario. Guarda la trasmissione del 1° settembre 2011 (TSR): “Temps présent – Enfants, otages du divorce”.

Ricordo che nel 2000 la legge sul  divorzio é cambiata e il concetto di colpa é andato perso. Se fino a quel tempo gli ex coniugi litigavano per stabilire chi fosse il colpevole del fallimento del matrimonio, oggi gli stessi litigano per stabilire chi terrà i figli e chi, di conseguenza, dovrà pagare. Nessuno si pone più la domanda di cosa sia giusto o sbagliato, di cosa sia realmente meglio per i figli. I pretori e i giudici ticinesi dicono di volere il bene dei nostri figli, ma da anni applicano sempre la stessa prassi (alla mamma l’affido dei figli, ai padri il pagamento della pensione alimentare) e la stessa giurisprudenza in materia (importo della pensione alimentare definito dalle “Tabelle di Zurigo”), incuranti delle conseguenze nefaste causate dalle loro decisioni.

Vista la società odierna, orientata sempre più al materialismo e al consumismo, questo modo di fare non mi sorprende in modo particolare, ma mi preoccupa molto: i figli sono divenuti ormai “moneta di scambio” e vengono contesi fra i genitori che combattono per l’affidamento e quindi per ricevere l’importo della pensione alimentare dal genitore non affidatario (di regola il padre).

Anche le peggiori madri, quelle a cui non interessa assolutamente il bene dei propri pargoli, vogliono ottenere a tutti i costi l’affido dei figli e questo -spesso- solo per una mera questione finanziaria. Queste donne vengono spesso aiutate, se non addirittura spronate da certi avvocati senza scrupoli, a raggiungere il loro fine utilizzando stratagemmi immorali e mentendo spudoratamente (false denunce, ma di questo parlerò in un prossimo articolo). Grazie alla cospiqua cifra degli “alimenti” ricevuti per i figli, molte di queste madri possono permettersi di aumentare il proprio tenore di vita (ricordo che i soldi versati ai figli vengono amministrati dalle madri come a loro pare e piace) e siccome le cifre in gioco sono alte, l’egoismo e l’avidità hanno spesso la meglio sul buon senso e sul bene dei figli!

Che gli importi riportati nelle ormai famose “Tabelle di Zurigo” siano cresciuti in modo completamente sproporzionato alla realtà ticinese, nessuno lo può negare. Che a Zurigo città (seconda città più cara al mondo secondo un recente studio dell’UBS) vengano imposti tali importi é ancora concepibile visti gli stipendi versati ai lavoratori di quella zona, ma che questi importi vengano imposti anche in canton Ticino é proprio fuori luogo! Dico questo perché anche nelle zone periferiche del canton Zurigo e nei cantoni adiacenti gli importi riportati nelle tabelle zurighesi vengono diminuiti in proporzione al reale costo della vita del luogo.

Per il solo fatto che da anni vengono applicati certi parametri e che questo abbia ormai creato una certa qual assuefazione per gli “addetti ai lavori”, non significa per forza che siano equi o giusti! Che per i giovani ticinesi, figli di divorziati, siano “necessari” oltre  2’000.-/mese per vivere é una cosa completamente assurda! Come faranno i nostri figli a sopravvivere il giorno che si ritroveranno a dover vivere con il frutto del loro lavoro? Non credo che tutti i figli dei divorziati ticinesi otterranno una laurea o che tutti potranno svolgere professioni quali ad esempio medico, dentista, direttore/direttrice di grosse aziende o banche, avvocato/a, sportivo/a d’élite o fotomodello/a… e se lo spendere senza ritegno a quel momento sarà per loro divenuto normale, sarà molto difficile che questi nuovi adulti abbiano compreso quale sia il reale valore dei soldi! Educare i figli significa anche spiegar loro come gestirsi finanziariamente, ma forse a qualcuno (quelli che “tirano le cordicelle” dell’economia) va bene che le cose vadano così…

Immagino che sia anche per questi motivi che il politico Lorenzo Quadri abbia inoltrato una mozione parlamentare al consiglio di Stato ticinese e che il movimento papageno stia raccogliendo le firme per inoltrare una petizione ai giudici della prima Camera Civile del Tribunale d’appello di Lugano, entrambe a sostegno della riduzione dei parametri delle “Tabelle di Zurigo”.

* « Un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello” o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile » (Da Wikipedia, l’enciclopedia libera).


Capitolo 6 – La volontà di combattere

Siccome i risultati scolastici di nostra figlia alla scuola pubblica erano ottimi, tentai di esprimere a mia ex moglie i dubbi circa la scelta della scuola privata (secondo me era fuori luogo), soprattutto sapendo che io da un anno ero ormai studente, ma lei rispose molto semplicemente: -“Ti ho forse chiesto soldi?”.

Nel 2003 avevo chiesto una borsa di studio al cantone per la mia formazione, il quale mi aveva concesso e versato dei soldi sotto forma di prestito senza interessi perché “è prassi corrente, finché non viene presa la decisione riguardante la borsa”. Siccome la mia situazione finanziaria era catastrofica, tanto che per ben 2 volte ho dovuto ricorrere agli sportelli dell’assistenza ricevendo 60.-/mese per 4 mesi nel 2003 e 498.-/mese per 11 mesi nel 2005, mai avrei pensato che la borsa di studio mi venisse negata! Oltre a frequentare gli studi lavoravo occasionalmente, ma siccome i soldi non mi bastavano per pagare tutte le fatture chiesi anche a un amico di prestarmene una certa cifra.

A fine 2006 ottenni il diploma e, tutto motivato, cercai un lavoro. Per oltre un anno cercai inutilmente un impiego in Ticino, tanto che estesi in seguito le ricerche a tutta la Svizzera, trovandone finalmente uno. Questo però mi impose un nuovo trasloco, addirittura fuori cantone (chi ne ha già fatti, sa che i traslochi creano molte spese, specialmente se fatti fra cantoni diversi). Lo stipendio era buono, ma non particolarmente alto (in Svizzera “interna” di solito i salari sono migliori, ma non nella regione dove trovai io l’impiego). Mi dovetti adattare a fare il “pendolare” per lavorare e poter vedere mia figlia, ma almeno -per la prima volta nella mia vita- riuscivo ad arrivare a fine mese pagando tutte le bollette e potevo cominciare anche a pensare come rimborsare i debiti, che nel frattempo -evidentemente, a causa del fatto che fui studente durante 3 anni- erano aumentati. Tengo a precisare che gli alimenti per mia figlia sono sempre stati pagati, anche durante il periodo in cui ero studente (a volte anticipati dall’ufficio del sostegno sociale, ma da me sempre ripagati).

Dal 2008 aggiunsi di mia iniziativa Fr. 60.- al montante che versavo ogni mese per nostra figlia, quale contributo per il premi della cassa malati (in ditta ci versavano tale importo, quindi ritenni corretto riversarlo a lei). Sapevo che quanto versavo era poco, ma dovevo risanare la mia situazione finanziaria (mi trovavo con oltre Fr. 15’000.- di scoperto sulle carte di credito!) prima di poter contribuire in modo più cospicuo verso mia figlia.

La mia idea era quella di poter rimborsare il debito contratto con le carte di credito (è il debito che costa più di tutti, quello da rimborsare per primo, a costo di far aspettare un momento gli altri; gli istituti che emettono le carte di credito incassano cifre paurose solo per gli interessi che applicano, al limite dell’usura!), il prestito di studio (ma non era una borsa? Aspettate, in un  prossimo capitolo spiegherò anche questa truffa!) e quindi il prestito che il mio amico mi fece per poter vivere (siccome non mi costava interessi, convenni con lui di rimborsarlo alla fine). Questo durante i 4 anni successivi, in modo da poter avere in seguito la possibilità di aiutare finanziariamente nostra figlia se avesse deciso di continuare gli studi dopo le scuole dell’obbligo. In Ticino abbiamo delle buone scuole pubbliche, per cui non vedo la necessità di rivolgersi agli istituti privati quando la situazione scolastica dei figli è buona/ottima e soprattutto non si vive in una situazione agiata e non si hanno i mezzi finanziari per permetterselo, ma qui potrei aprire un discorso molto ampio su come chi viene dal nulla e vede girare un po’ di soldi crede di poter vivere da gran signora (ne vogliamo parlare nel prossimo capitolo?)!

In primavera 2009 mia ex moglie mi comunicò telefonicamente che non riusciva più ad arrivare a fine mese, che quello che le passavo per nostra figlia non le bastava e che voleva che le versassi più soldi. Le chiesi quanto le serviva e mi disse che dovevo deciderlo io, che sapevo che nostra figlia cresceva, che le spese aumentavano e che a settembre sarebbe andata alla scuola media (sempre in una scuola privata e sempre senza il mio consenso!). Le dissi che per risparmiare avrebbe potuto evitare la retta della scuola media privata e che nostra figlia non aveva bisogno di vestirsi con vestiti di marca (soprattutto visto che crescendo velocemente, dopo pochi mesi, non le sarebbero più andati bene) né di un telefonino e un computer portatile suoi (vi ricordo che sto parlando di una bimba in età di scuola elementare, non di una liceale!), ma ammisi che avendo ora uno stipendio fisso avrei potuto versarle, a partire dal mese di settembre, la cifra stabilita a suo tempo, senza deduzione dell’assegno familiare e con i 60.- di contributo in più. In pratica Fr. 260.-/mese in più. In totale avrebbe quindi ricevuto oltre il doppio di quanto avevamo stabilito che versassi per nostra figlia al momento del divorzio. Ricordo che lei a quel momento non voleva nulla, neppure per nostra figlia. Aggiunsi poi che non appena la mia situazione finanziaria si fosse stabilizzata mi sarei impegnato ad aumentare ancora l’importo.

Da settembre 2009 avrebbe ricevuto quindi Fr. 710.- mensili per nostra figlia (510.- da parte mia + 200.- assegno figli). Ritenni giusto aumentare il contributo per nostra figlia visto che avevo uno stipendio fisso e potevo quindi contare su un’entrata regolare di soldi. Non mi sembra che l’importo proposto fosse completamente “a sbalzo”, tanto più che sarebbe aumentato di Fr. 50.- l’anno seguente e che mi impegnai ad aumentarlo di nuovo non appena rimborsati i debiti più urgenti. Sul tenore di vita che i figli dei divorziati possono permettersi grazie alle sentenze ticinesi, c’è un bellissimo post sul blog di José Ortiga: “Figli “firmati” di padri straccioni“, che è un’anticipazione di quanto sarebbe poi accaduto.

Purtroppo in Ticino legge e buon senso non sembrano andare di pari passo, tanto che le cose più assurde che una persona riesce ad immaginare, nel nostro cantone, possono anche risultare legali. Non ci credete o nutrite qualche dubbio al riguardo? Leggendo i prossimi capitoli cambierete sicuramente idea!

Storia di Daniel

Oltre un anno fa trovai pubblicata sul sito “ticinonline” la storia di Daniel, padre ticinese che dopo aver divorziato si ritrovò sul lastrico a causa della sentenza prodotta da un pretore ticinese (leggi l’articolo originale, pubblicato sul sito ticinonline). Pensai che questo signore avesse “ingigantito” la sua storia, che avesse volutamente esagerato per “far notizia”. Purtroppo scoprii in seguito a mie spese che tutto quanto lui scrisse corrispondeva al vero, che la realtà del divorzio “alla ticinese” fosse proprio quella poiché anche nel mio caso la sentenza che ricevetti fu simile alla sua!

Su questa pagina riporto la storia di Daniel:

“Il divorzio mi ha ridotto sul lastrico. Lo Stato mi aiuti a tornare a vivere”

La storia di un uomo disperato. Senza lavoro e indebitato fino al collo, a causa di una sentenza, a suo dire, terribilmente ingiusta. Da 12 anni lotta per avere un rapporto normale con il figlio 15enne. L’ex moglie ha tentato di portargli via anche quello

LUGANO – “In Ticino un padre che divorzia in maniera burrascosa finisce sul lastrico”. A sostenerlo è Daniel, un 48enne ticinese che da 12 anni lotta per suo figlio e contro una sentenza, a suo dire, terribilmente ingiusta. Oggi, dopo avere perso il lavoro, è in assistenza e vive con circa 16 franchi al giorno. E con lo Stato che lo attende al varco: appena troverà lavoro verrà pignorato. Il fatto di dover versare alla ex moglie una cifra esagerata per gli alimenti e la conseguente serie di scelte professionali sfortunate l’hanno fatto precipitare in una situazione finanziaria disastrosa. “A penalizzarmi – spiega – è stato sia l’atteggiamento opportunistico della mia ex moglie, sia quello disinteressato delle istituzioni. Ora chiedo allo Stato di darmi l’opportunità di ricominciare a vivere degnamente e di non trattarmi più come un delinquente”.

L’inizio dell’incubo – Gennaio 1997. Tra Daniel e sua moglie, una donna straniera, che vivono in un appartamento del bellinzonese, le cose non vanno più bene. “Lei voleva avere il controllo su tutto – precisa Daniel -. Oggi sono sicuro che mi ha sposato solo per migliorare la sua situazione personale”. Un mattino, in cucina, Daniel manifesta alla donna il desiderio di mettere a posto le cose, anche per il bene del figlio, che in quel momento ha due anni. “Le ho detto – ricorda – che ero preoccupato e che di questo passo avremmo finito per divorziare. Lei ha replicato: “allora divorziamo”. Non mi ha mai spiegato le motivazioni di questa risposta. Mai”.

Quel maledetto gesto spontaneo – Dopo avere lasciato la casa ed essersi dimostrato disponibile in tutto e per tutto, Daniel decide di sua spontanea volontà di versare mensilmente alla donna oltre 3mila franchi. “Ero sicuro – confessa – che dopo l’emergenza iniziale, in breve tempo avremmo stipulato una convenzione e che la cifra si sarebbe ovviamente abbassata”. Il pretore in seguito conferma che, in attesa della sentenza, Daniel dovrà versare alla moglie 2950 franchi al mese. “Mi sono pentito più volte di avere fatto quel gesto spontaneo – sbotta Daniel -. Soprattutto non immaginavo che la sentenza di divorzio sarebbe stata pronunciata solo 7 anni dopo. Lei ne ha approfittato e ha sempre preteso quella cifra anche quando conviveva con un’altra persona”.

Passano gli anni – La moglie di Daniel non accetta di andare a lavorare e, soffrendo di un disturbo, cerca di ricevere l’invalidità. Invano. Nel 2000 cambia la legge sul divorzio e sparisce il concetto di colpa. “Da quel momento – spiega Daniel – al pretore non interessa più quali colpe stanno alla base del divorzio. E la procedura diventa unicamente una questione legata agli alimenti. La mia ex moglie sapeva che nel 2000 sarebbe cambiata la legge e ha temporeggiato. Così oggi io non conosco ancora le motivazioni profonde che hanno spinto mia moglie a chiedere il divorzio. Il suo atteggiamento comunque mi ha fatto capire che lei voleva sfruttare al massimo le lacune della legge e approfittare della mia disponibilità”.

Le difficoltà per vedere il figlio – Daniel scrolla la testa, mentre racconta il rapporto con suo figlio. “È un ragazzo meraviglioso – dice – oggi ha 15 anni. La mia ex moglie ha fatto di tutto per rendermi un estraneo di fronte agli occhi del ragazzo. Ad esempio nei sabati in cui nostro figlio usciva con me gli imponeva di rientrare entro le 17.30. Il fatto è che lei ha sempre approvato il diritto di visita allargato davanti al giudice. Poi, fuori dall’aula faceva ciò che voleva”. Per un certo periodo, tra il 2005 e il 2006, Daniel lavora oltre Gottardo. “Facevo mille chilometri per vedere nostro figlio – conferma -. Ma la mia ex moglie non mi è mai venuta incontro. Spesso preferiva affidarlo a vicini, piuttosto che a me. E pensare che io con lui ho un bellissimo rapporto”.

Tensione alle stelle – Fino a dicembre 2002 la donna riceve 2950 franchi al mese da Daniel per gli alimenti. Lui, tuttavia, è ancora in attesa della sentenza definitiva. “Speravo che le autorità prendessero una decisione equa – dice il 48enne -. Io ho sempre ritenuto giusto pagare degli alimenti a mio figlio. Ma non alla mia ex moglie. Dal 2001 ha convissuto con un’altra persona. Anche se lei lo ha sempre negato. Inoltre, pur avendone la possibilità, non ha mai voluto lavorare. Diceva che doveva occuparsi del figlio. E questo pur sapendo che io come padre ero disponibilissimo”. Nel 2003 Daniel, che nel frattempo è diventato indipendente, resta a piedi con il lavoro. E quindi per diversi mesi non riesce a versare alla moglie gli alimenti.

Sentenza shock – Nel 2004 arriva la decisione del giudice della pretura di Bellinzona. “Non è cambiato nulla – ammette Daniel -. Avrei dovuto continuare a versare 2950 franchi al mese. Nonostante io avessi più volte parlato della convivenza della mia ex moglie, o del fatto che non riuscivo ad arrivare alla fine del mese, nessuno mi ha ascoltato. Ero disperato. Dal 2005, per sopravvivere, sono stato costretto a pagare solo una parte degli alimenti. Sono finito in depressione per questa storia”.

Il paradosso – Nei periodi in cui Daniel non ha pagato è stato lo Stato ad anticipare gli alimenti alla donna. “Adesso – sospira Daniel – lo Stato pretende indietro questi soldi dal sottoscritto. Ma io sono ridotto sul lastrico. Da oltre un anno sono in assistenza”. C’è, tuttavia, un paradosso in tutta questa storia. “Quel poco con cui vivo ora – conferma Daniel – è comunque sempre di più del saldo netto con cui vivevo quando lavoravo. Prima pagavo la cassa malati, avevo le spese per i pasti di lavoro e per gli spostamenti in auto, dovevo pagare le imposte…” Adesso tutte queste spese, essendo in assistenza, Daniel non le ha più. E lo Stato non può pignorarlo perché lui attualmente va avanti con il minimo vitale. “A questo punto potrebbe sembrare a chiunque che sia meglio stare in assistenza – conclude – . Mi viene quasi da pensare che rinunciare subito a qualsiasi lavoro sarebbe stata l’unica soluzione per evitare di indebitarmi. Io vorrei tanto tornare a lavorare. Vorrei soprattutto tornare ad avere una vita sociale. Ma so che verrei subito pignorato dallo Stato. Mi trovo in un vicolo cieco”.

Articolo apparso il 12 dicembre 2009 su “ticinonline“, a cura di Patrick Mancini

Tag Cloud